6/12/2006
Nel 1959 Roberto Rossellini vinse il Leone d'oro
a Venezia per Il generale Della Rovere. Il regista
tornò a casa e diede il premio ai suoi figli. "Qualcun
altro l'avrebbe messo bene in vista nel salotto. Papà no.
E così il simbolo di un grande successo si trasformò
in giocattolo". Per Ingrid Rossellini quel
gesto rappresenta l'umiltà di suo padre. Figlia del
regista di Roma, città aperta e di Ingrid
Bergman, professoressa di Letteratura italiana alla New York
University, Ingrid è la gemella schiva di Isabella.
Eppure, la scorsa primavera, quando la sorella ha presentato al
Tribeca Film Festival il cortometraggio My Father is 100
Years Old l'ha criticata pubblicamente.
Frizioni intellettuali a parte, sono insieme al Museum of
Modern Art di New York per aprire la retrospettiva
Roberto Rossellini, l'evento che fino al 22
dicembre presenterà al pubblico americano oltre 30 titoli
di e su Rossellini, conferenze e la mostra "Rossellini on
paper", collezione di poster provenienti in buona parte dalla
raccolta privata di Martin Scorsese. Nel 2007 la rassegna,
organizzata dal museo americano con la Cinematheque Ontario di
Toronto in collaborazione con Cinecittà Holding, si
sposterà a Los Angeles e a Londra.
Perché ha criticato pubblicamente My Father is
100 Years Old?
Non condivido l'interpretazione del cinema di papà che
emerge nel film di Isabella. Ad esempio, non mi piace come ha
usato certe immagini di Roma, città aperta che nel
cortometraggio sono proiettate su una grande pancia che
rappresenterebbe nostro padre. Forse col passare degli anni sto
diventando una moralista, ma per me quei fotogrammi sono sacri.
Detto ciò, io e Isabella ci vogliamo un gran bene e
insieme presenteremo la retrospettiva.
Qual è il film di suo padre a cui è più
legata?
Paisà perché ha rotto tutte le convenzioni del
cinema.
E' mai stata su un set di suo padre?
Succedeva d'estate ed erano set televisivi. Ricordo le sue
urla terribili. Era piuttosto autoritario. Immagino che fosse
necessario viste le condizioni in cui lavorava: basso budget e
tempi strettissimi.
Come lo descriverebbe?
Era un uomo umile e ottimista. Per papà quello del
regista era un mestiere come un altro. 'Il mio vero mestiere
è fare l'essere umano' diceva. Detestava ogni forma di
vanità e tutte quelle cose che di solito si accompagnano
al successo. Trovava irritante essere chiamato "maestro". Era
troppo affezionato alla vita per pensare a se stesso. Era un
uomo curioso, un avido lettore e amava viaggiare.
Di quale dei suoi film parlò di più con
voi?
Parlava con tenerezza di Francesco, giullare di Dio.
Anche se si dichiarava agnostico, la sua moralità si
basava sullo spirito francescano. Credeva nella purezza
dell'essere umano e nel progresso. Forse perché dopo la
guerra la percezione della differenza tra il bene e il male era
più netta, e pensava che una volta sconfitto il male
costruire una civiltà migliore fosse possibile.
Chissà oggi che cosa direbbe.
Il New York Times ha scritto che la retrospettiva al
MoMA è "un evento essenziale".
E' un evento che ci rende felici però mio padre è
morto povero e isolato. Nonostante abbia fatto dei film
bellissimi, non ha mai smesso di lottare per affermarsi.
Avrebbe potuto ripetersi e fare quello che tutti si aspettavano
da lui invece tentava sempre nuove strade. Alla fine era
talmente esausto che preferì lasciare il cinema. Però
era anche un uomo che sapeva divertirsi. In Roma,
città aperta Don Pietro dice: "Non è difficile
morire, è difficile vivere bene". Ecco, questo è
l'insegnamento che mio padre ha seguito fino in fondo.
[di Miram Tola]
