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VENEZIA - Si interroga sul come Cinecittà continui, a ottant'anni dalla sua nascita, ad essere ancora oggi la fabbrica dei sogni, l'incontro organizzato dalla rivista  all’Italian Pavilion al Lido. Un appuntamento per celebrare, in maniera non del tutto convenzionale, l’anniversario degli studi cinematografici di via Tuscolana, cui il magazine ha dedicato buona parte del suo ultimo numero, corredandolo anche di un piccolo volume nato da un'idea di Giancarlo Di Gregorio, Cara Cinecittà, che accoglie una selezione delle tantissime lettere inviate negli anni a Cinecittà. Un libro venuto fuori da uno scatolone di memorie ritrovate, custodito da Franco Mariotti, a lungo ufficio stampa di Cinecittà, in cui prendono forma, spesso con grafia tremolante e sgrammaticata, i sogni di gloria e le aspettative degli italiani del boom economico. “Nasce tutto dalla mia grande passione per il cinema - rivela Franco Mariotti – all’inizio della mia carriera collezionavo qualsiasi cosa riguardasse il cinema, e quando ho iniziato a lavorare a Cinecittà ho iniziato a conservare anche tutto quello che riguardava gli studi cinematografici. Così ho iniziato a mettere da parte queste tante lettere che arrivavano e il cui contenuto mi colpiva in prima persona perché, in fondo, rifletteva il mio sogno da bambino: arrivare a Cinecittà”. Richieste di lavoro o di celebrità, selezionate tra le circa tremila missive arrivate soprattutto negli Anni ‘60 e ’70, "poi con l’avvento della televisione, l'interesse dei più giovani si è un po’ spostato". “Lettere d'amore a Cinecittà e al cinema, che sembrano ancora profumare di inchiostro” le definisce Gianni Canova nell'incontro moderato insieme a Laura Delli Colli. “Spesso sgrammaticate, ma con un’eleganza e un modo d'essere delicato che, in quest’era di così facile insulto digitale, sembrano fare quasi tenerezza. Un esempio di archeologia dell'immaginario in cui si vede come gli italiani vedessero in Cinecittà un luogo in cui riscattarsi dal grigiore e dall'angustia del quotidiano”.   

Tra i tanti racconti e le testimonianze la storia di Cinecittà è un po’ anche la storia personale degli interpreti del nostro cinema che lì sono cresciuti, come Ricky Tognazzi, che oggi considera Cinecittà un po' come una famiglia: “Da bambino ci andavo quando mio padre girava, e, annoiandomi molto sui set, passavo interi pomeriggi a spaccare i pinoli sotto i pini dei vialoni. Quell'odore di resina è per me un luogo dell'anima che mi ha accompagnato per tutta la vita. Ho iniziato poi la mia carriera nel 1978 con un film di Luigi Comencini, L'ingorgo, ufficialmente il mio ruolo era quello di aiuto regista, in realtà ero piuttosto un parcheggiatore e passavo tutto il tempo a spingere le tante auto che erano previste sul set che puntualmente non si mettevano in moto. Ho fatto anche un provino con Fellini per Ginger e Fred, anche se il ruolo andò poi a Franco Fabrizi, essere in sala trucco insieme al Maestro che mi parlava è un ricordo che mi riempie ancora oggi di impareggiabile orgoglio”. 

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